mercoledì 5 gennaio 2011

Ciglia di segale

C'era tutta la dolorosa tristezza della povertà in quella bambina in posa sulle scale col suo vestito della festa. La fierezza nebbiosa di chi impara dal latte a non meritare, a dialogare con la mancanza di sostanza e l'abbondanza di colpa, a fare i conti col segno meno davanti. C'era il volto di una madre che alla vita sacrifica la vita, che in quell'organza finta vera cerca il colpo di coda del destino, almeno per sua figlia e no, anche per lei, che se la bambina ce la fa noi diciamo addio a tutto. C'era l'amore muto e distratto di un padre puzzolente di fumo e capelli, analfabeta di tenerezze e carente di concentrazione, capitato per caso nel suo destino. E il fango, talco degli angeli disperati, le corse a riparasi dai cecchini, il viso mai stato bambino in una terra dove bambini non si nasce e non s'impara a diventare. E c'era la tv, che cercava volti e universi infantili da confezionare a percentuali equilibrate di dolore e riscatto. Il mondo va avanti e il talento lo devi riconoscere subito altrimenti sono anni sprecati a cercarsi nell'angoscia di non potersi riscaldare in inverno. Fare figli belli è un talento, usarli è la conseguenza. Chi non è disposto a pagare in monete d'anima per le conseguenze quando la posta in gioco è il pasto del giorno dopo? E chi se ne importa se nei bambini felici la prima cosa che noti è il sorriso mentre in Adina irrompono violenti i suoi occhi spenti, imparerà a sorridere, se la prendono glielo insegneranno loro. Se la prendono ne avrà il motivo.